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GABRIELE D'ANNUNZIO

SILVIO BERLUSCONI

GIULIO ANDREOTTI

NAPOLEONE


  GRANDI UOMINI


 

GABRIELE D'ANNUNZIO

Amando definire «inimitabile» la sua vita, Gabriele D'Annunzio costruisce intorno a sé il mito di una vita come un'opera d'arte.

Gabriele D'Annunzio nasce a Pescara il 12 marzo 1863 da famiglia borghese, che vive grazie alla ricca eredità dello zio Antonio D'Annunzio. Compie gli studi liceali nel collegio Cicognini di Prato, distinguendosi sia per la sua condotta indisciplinata che per il suo accanimento nello studio unito ad una forte smania di primeggiare. Già negli anni di collegio, con la sua prima raccolta poetica Primo vere, pubblicata a spese del padre, ottiene un precoce successo, in seguito al quale inizia a collaborare ai giornali letterari dell'epoca. Nel 1881, iscrittosi alla facoltà di Lettere, si trasferisce a Roma, dove, senza portare a termine gli studi universitari, conduce una vita sontuosa, ricca di amori e avventure. In breve tempo, collaborando a diversi periodici, sfruttando il mercato librario e giornalistico e orchestrando intorno alle sue opere spettacolari iniziative pubblicitarie, il giovane D'Annunzio diviene figura di primo piano della vita culturale e mondana romana.

Dopo il successo di Canto novo e di Terra vergine (1882), nel 1883 hanno grande risonanza la fuga e il matrimonio con la duchessina Maria Hardouin di Gallese, unione da cui nasceranno tre figli, ma che, a causa dei suoi continui tradimenti, durerà solo fino al 1890. Compone i versi l'Intermezzo di rime ('83), la cui «inverecondia» scatena un'accesa polemica; mentre nel 1886 esce la raccolta Isaotta Guttadàuro ed altre poesie, poi divisa in due parti L'Isottèo e La Chimera (1890).

Ricco di risvolti autobiografici è il suo primo romanzo Il piacere (1889), che si colloca al vertice di questa mondana ed estetizzante giovinezza romana. Nel 1891 assediato dai creditori si allontana da Roma e si trasferisce insieme all'amico pittore Francesco Paolo Michetti a Napoli, dove, collaborando ai giornali locali trascorre due anni di «splendida miseria». La principessa Maria Gravina Cruyllas abbandona il marito e va a vivere con il poeta, dal quale ha una figlia. Alla fine del 1893 D'Annunzio è costretto a lasciare, a causa delle difficoltà economiche, anche Napoli.

Ritorna, con la Gravina e la figlioletta, in Abruzzo, ospite ancora del Michetti. Nel 1894 pubblica, dopo le raccolte poetiche Le elegie romane ('92) e Il poema paradisiaco ('93) e dopo i romanzi Giovanni Episcopo ('91) e L'innocente ('92), il suo nuovo romanzo Il trionfo della morte. I suoi testi inoltre cominciano a circolare anche fuori dall'Italia.

Nel 1895 esce La vergine delle rocce, il romanzo in cui si affaccia la teoria del superuomo e che dominerà tutta la sua produzione successiva. Inizia una relazione con l'attrice Eleonora Duse, descritta successivamente nel romanzo «veneziano» Il Fuoco (1900); e avvia una fitta produzione teatrale: Sogno d'un mattino di primavera ('97), Sogno d'un tramonto d'autunno, La città morta ('98), La Gioconda ('99), Francesca da Rimini (1901), La figlia di Jorio (1903).

Nel '97 viene eletto deputato, ma nel 1900, opponendosi al ministero Pelloux, abbandona la destra e si unisce all'estrema sinistra (in seguito non verrà più rieletto). Nel '98 mette fine al suo legame con la Gravina, da cui ha avuto un altro figlio. Si stabilisce a Settignano, nei pressi di Firenze, nella villa detta La Capponcina, dove vive lussuosamente prima assieme alla Duse, poi con il suo nuovo amore Alessandra di Rudinì. Intanto escono Le novelle della Pescara (1902) e i primi tre libri delle Laudi(1903).

Il 1906 è l'anno dell'amore per la contessa Giuseppina Mancini. Nel 1910 pubblica il romanzo Forse che sì, forse che no, e per sfuggire ai creditori, convinto dalla nuova amante Nathalie de Goloubeff, si rifugia in Francia.

Vive allora tra Parigi e una villa nelle Lande, ad Arcachon, partecipando alla vita mondana della belle époque internazionale. Compone opere in francese; al «Corriere della Sera» fa pervenire le prose Le faville del maglio; scrive la tragedia lirica La Parisina, musicata da Mascagni, e anche sceneggiature cinematografiche, come quella per il film Cabiria (1914).

Nel 1912, a celebrazione della guerra in Libia, esce il quarto libro delle Laudi. Nel 1915, nell'imminenza dello scoppio della prima guerra mondiale, torna in Italia. Riacquista un ruolo di primo piano, tenendo accesi discorsi interventistici e, traducendo nella realtà il mito letterario di una vita inimitabile, partecipa a varie e ardite imprese belliche, ampiamente autocelebrate. Durante un incidente aereo viene ferito ad un occhio. A Venezia, costretto a una lunga convalescenza, scrive il Notturno, edito nel 1921.

Nonostante la perdita dell'occhio destro, diviene eroe nazionale partecipando a celebri imprese, quali la beffa di Buccari e il volo nel cielo di Vienna. Alla fine della guerra, conducendo una violenta battaglia per l'annessione all'Italia dell'Istria e della Dalmazia, alla testa di un gruppo di legionari nel 1919 marcia su Fiume e occupa la città, instaurandovi una singolare repubblica, la Reggenza italiana del Carnaro, che il governo Giolitti farà cadere nel 1920. Negli anni dell'avvento del Fascismo, nutrendo una certa diffidenza verso Mussolini e il suo partito, si ritira, celebrato come eroe nazionale, presso Gardone, sul lago di Garda, nella villa di Cargnacco, trasformato poi nel museo-mausoleo del Vittoriale degli Italiani. Qui, pressoché in solitudine, nonostante gli onori tributatigli dal regime, raccogliendo le reliquie della sua gloriosa vita, il vecchio esteta trascorre una malinconica vecchiaia sino alla morte avvenuta il primo marzo 1938.


SILVIO BERLUSCONI

Silvio Berlusconi nasce il 29 settembre 1936 a Milano. Laureato in Giurisprudenza, inizia la sua professione d'imprenditore nel settore dell'edilizia. Dal 1969 al 1979 si occupa del progetto e della costruzione di "Milano 2", la città satellite alle porte del capoluogo lombardo, cui segue la realizzazione di "Milano 3" e del centro commerciale "Il Girasole".

Nel 1980 si dedica alla produzione televisiva. Trasforma la tv via cavo di Milano 2 in una televisione nazionale: nascono Canale 5, prima rete televisiva nazionale alternativa alla RAI e Publitalia, la relativa concessionaria di pubblicità. Queste attività fanno capo all'holding Fininvest, fondata nel 1978. Il successo ottenuto con Canale 5 lo spinge anche ad acquistare le reti televisive Italia Uno (da Rusconi nel 1982) e Retequattro (da Mondadori nel 1984) che trasforma in un network nazionale.

Nel 1985 un pretore ordina l'oscuramento delle sue tv: il meccanismo ideato da Berlusconi per avere una programmazione nazionale - la cosiddetta interconnessione per cassettazione ovvero l'invio dei programmi tramite videocassette trasmesse negli stessi orari da emittenti locali - viene giudicato fuori legge. In suo aiuto interviene
Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, che con due decreti autorizza di fatto le trasmissioni televisive private a diffusione nazionale; la nuova normativa implicitamente rafforza il duopolio RAI-Fininvest. Sempre nello stesso periodo Berlusconi diventa proprietario del settimanale Sorrisi e Canzoni TV.

Dal 1986 è Presidente della squadra di calcio Milan A.C., che sotto la sua gestione conoscerà periodi d'oro (lo storico ciclo di
Arrigo Sacchi, ma anche prestigiosi successi con Fabio Capello e Carlo Ancelotti) ottenendo molti titoli sia a livello nazionale che internazionale.

Nel 1989 comincia la cosiddetta "guerra di Segrate" che vede Berlusconi da una parte e
Carlo De Benedetti, Caracciolo e Scalfari dall'altra. Alla fine il gruppo Mondadori viene diviso: il settore della produzione dei libri e il settimanale Panorama passano a Berlusconi, mentre l'Espresso e altri giornali locali vanno a De Benedetti - Caracciolo.

Intanto con la legge Mammì sull'editoria e la TV (1990) Berlusconi è costretto a cedere Il Giornale (fondato e diretto per qualche anno da
Indro Montanelli) di cui era proprietario dagli anni '70. Lo affida al fratello Paolo Berlusconi. Nello stesso periodo in cui cresce sotto il profilo editoriale, il gruppo Fininvest sviluppa una forte presenza anche nel settore delle assicurazioni e della vendita dei prodotti finanziari con le società Mediolanum e Programma Italia. Tutto questo fa sì che all'inizio degli anni '90 la Fininvest diventi il secondo gruppo privato italiano con oltre 40 mila dipendenti.

All'inizio degli anni '90 crolla il sistema tradizionale dei partiti. Alle elezioni per la carica di sindaco di Roma nel novembre 1993 Berlusconi dichiara - tra lo stupore generale - che voterà per il partito di
Gianfranco Fini. Lo "sdoganamento" dei voti della destra missina è il primo passo per la costruzione del Polo delle libertà.
Nel gennaio 1994 Silvio Berlusconi annuncia il suo ingresso in politica: si dimette da tutte le cariche ricoperte nel Gruppo Fininvest e fonda Forza Italia, partito che dal nulla in soli tre mesi arriverà a superare il 20 per cento dei consensi alle elezioni politiche; alleato con il partito Alleanza nazionale di
Gianfranco Fini, la Lega Nord di Umberto Bossi e il Ccd di Pierferdinando Casini e Clemente Mastella.

Il governo nasce tra mille polemiche. Anche dall'Europa non mancano critiche. Il Polo va avanti, ma a luglio arriva il primo stop: tenta di far approvare un decreto per uscire da Tangentopoli, entra in rotta con il Pool di Mani pulite (
Antonio Di Pietro è ormai uno dei personaggi-simbolo nazionali del rinnovamento del mondo politico) ed è costretto alla retromarcia. Lo stesso avviene per la riforma delle pensioni disegnata dal ministro del Tesoro Lamberto Dini (che poi si allontanerà dal Polo passando allo schieramento dell'Ulivo). Manifestazioni di piazza e opposizione del sindacato inducono a non trattare la materia nella legge Finanziaria. Ma il colpo finale lo subisce a Napoli: mentre Berlusoni presiede la Conferenza mondiale contro la criminalità organizzata il Cavaliere riceve un avviso di garanzia per corruzione dal Pool di Milano. E' uno schiaffo in diretta che fa gridare al complotto dei magistrati. Tempi e modi dell'iniziativa non convincono neanche i suoi tradizionali oppositori: Berlusconi in seguito verrà prosciolto dalle accuse, ma il danno di immagine sarà enorme. Approvata la Finanziaria nel dicembre del 1994 la Lega toglie la fiducia al governo. Dopo otto mesi Berlusconi è costretto a dimettersi da presidente del Consiglio dei ministri.

Alle politiche del 1996 Forza Italia si presenta senza l'appoggio leghista: il vincitore è
Romano Prodi, leader dell'Ulivo. Berlusconi guida l'opposizione e partecipa ai lavori della commissione Bicamerale per le Riforme presieduta da Massimo D'Alema che tenterà - senza riuscirci - di compiere quelle riforme istituzionali e costituzionali tanto necessarie al Paese.
Alle elezioni europee del 1999 Forza Italia sfiora il 30 per cento dei voti vincendo anche le Regionali: le conseguenze di questo successo vedranno
Massimo D'Alema dimettersi dalla carica di premier. In campo europero Forza Italia aderisce al Ppe: Silvio Berlusconi diventa uno degli esponenti di punta.

Alle elezioni politiche del 2001 Berlusconi recupera il rapporto con la Lega di
Umberto Bossi, apre ai repubblicani e consolida il rapporto con Gianfranco Fini. Il risultato è positivo: la Casa delle libertà vince con il 45,4 per cento alla Camera e il 42,5 al Senato. In termini di seggi significa 368 seggi alla Camera (la maggioranza è di 315) e di 177 al Senato (la maggioranza è di 158). Berlusconi sale alla Presidenza del Consiglio e Forza Italia diventa il primo partito italiano con il 29,4 per cento dei voti.
Il secondo Governo Berlusconi è il più longevo della storia della
Repubblica Italiana quando si arriva alle elezioni europee del 2004. Fatte le debite somme dei risultati delle singole forze politiche, per Forza Italia i risultati non sono confortanti ma anche lo schieramento dell'Ulivo sebbene la sola lista Uniti nell'Ulivo raccolga oltre il 31% dei voti, non raggiungerà l'obiettivo sperato.

Nell'aprile del 2005, successivamente ai negativi risultati ottenuti dalla Casa delle Liberta con le elezioni regionali, Berlusconi ha sciolto l'esecutivo presentando una nuova compagine di ministri.

Berlusconi ha pubblicato alcuni volumi di discorsi che raccolgono il suo pensiero politico, tra cui ricordiamo "L'Italia che ho in mente" (2000), "Discorsi per la democrazia" (2001), "La forza di un sogno" (2004).

Le capacità imprenditoriali di Berlusconi sono indubbie, come anche le sue doti diplomatiche grazie alle quali, come hanno avuto modo di riconoscere anche i suoi antagonisti politici, l'Italia ha spesso ottenuto meritato risalto d'immagine a livello internazionale. Di fatto, con la sua discesa in campo Berlusconi si è assunto una grande responsabilità di fronte a tutti gli italiani, e comunque proseguirà la storia contemporanea del Paese, nel bene o nel male, Berlusconi sarà uno degli autori che ne scriverà le pagine più importanti.


GIULIO ANDREOTTI

Giulio Andreotti, uomo politico italiano fra i più conosciuti, amati ma anche fortemente discussi, è nato a Roma il 14 gennaio 1919. Riassumerne la vita è impresa disperante e difficile sia per l'enorme arco temporale che essa investe, sia per la quantità di esperienza che il grande vecchio della politica italiana è in grado di vantare.

Ha praticamente dominato la scena politica degli ultimi cinquant'anni: sette volte presidente del Consiglio, otto volte ministro della Difesa, cinque volte ministro degli Esteri, due volte delle Finanze, del Bilancio e dell'Industria, una volta ministro del Tesoro e una ministro dell'Interno, sempre in Parlamento dal 1945 ad oggi, ma mai segretario della Dc.

Dopo essersi laureato in giurisprudenza nel 1941, specializzandosi successivamente in diritto canonico è presidente della FUCI già a ventidue anni ed eletto in seguito all'Assemblea costituente. Entra alla camera come deputato democristiano nel 1948 e viene rieletto anche nelle successive legislature.

Dopo la liberazione di Roma nel giugno del 1944 diviene delegato nazionale dei gruppi giovanili della Democrazia Cristiana e nel 1945 entra a far parte della Consulta Nazionale. Deputato dell'Assemblea Costituente nel 1946 è stato confermato in tutte le successive elezioni della Camera dei Deputati nella circoscrizione di Roma-Latina-Viterbo-Frosinone, dove è stato eletto per la dodicesima volta nel 1987. E' stato anche eletto per due volte al Parlamento Europeo (Italia Centrale e Nord-Est). Il giorno 1 giugno 1991 il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo nomina Senatore a vita.

L'attività di governo inizia a 28 anni come sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel quarto governo De Gasperi. Ricopre tale carica dal quarto all'ottavo governo De Gasperi tra il 1947 e il 1953 mantenendo tale incarico anche con il successivo governo Pella, sino al gennaio 1954. In seguito ricoprirà i già citati incarichi di governo: Interno, Finanze, Tesoro, Difesa, Industria, Bilancio ed Esteri.

Presidente dei deputati della D.C. dal dicembre 1968 al febbraio 1972, Giulio Andreotti ha presieduto per tutta l'ottava legislatura la Commissione Affari Esteri della Camera.

Diventa per la prima volta presidente del Consiglio nel 1972 (il governo più breve della repubblica solo 9 giorni di durata). L'incarico gli viene affidato di nuovo nel luglio del 1976 nella stagione del compromesso storico tra DC e PCI. I comunisti si astengono e il monocolore democristiano può nascere. Ci sono da affrontare due drammatiche emergenze: la crisi economica e il terrorismo che insanguina l'Italia. L'accordo tra Enrico Berlinguer e Aldo Moro diventa sempre più stretto. Quest'ultimo è presidente della DC ed è anche l'uomo che negli anni precedenti ha aperto le stanze del potere ai socialisti e adesso sta per tentare l'operazione con il PCI. L'occasione è il governo di solidarietà nazionale che nel 1978 Andreotti si accinge a formare e che prevede non più l'astensione bensì il voto favorevole anche dei comunisti (che però non avrebbero incarichi di governo).
Aldo Moro viene rapito dalle brigate rosse il 16 marzo, il giorno della nascita del nuovo esecutivo. La notizia dell'agguato e dell'uccisione degli uomini della scorta piomba in Parlamento proprio al momento del voto di fiducia al governo Andreotti.
Sono momenti di grande tensione nel Paese, sull'orlo di una crisi istituzionale senza precedenti. Il governo non cede al ricatto brigatista – chiedono la liberazione di alcuni terroristi in carcere – e Andreotti sposa la linea della fermezza contro le Br, così il PCI e i repubblicani. Aldo Moro viene trovato morto il 9 maggio 1978 in una Renault 4 parcheggiata in via Caetani, nel centro di Roma, simbolicamente a metà strada tra Botteghe Oscure e Piazza del Gesù, le sedi rispettivamente di PCI e DC.

La morte di Aldo Moro segnerà la vita politica italiana degli anni successivi. Francesco Cossiga, allora ministro dell'Interno, si dimette dall'incarico. I veleni legati al memoriale scritto dal presidente della DC durante il suo sequestro affioreranno in mezzo a storie di servizi segreti, ricatti e tragiche vicende che coinvolgeranno anche Andreotti.

Il governo di solidarietà nazionale dura poco, fino al giugno del 1979. Poi Berlinguer torna all'opposizione e dichiara finita la stagione del compromesso storico. Arnaldo Forlani diventa presidente del Consiglio e Andreotti non partecipa all'esecutivo; la sua temporanea uscita di scena dura fino al governo Craxi (1983), quando assume la carica di ministro degli Esteri.
Si tratta del primo esecutivo a guida socialista (in precedenza il primo non DC alla guida del Paese era stato il repubblicano Giovanni Spadolini). Bettino Craxi viene confermato a capo della Farnesina anche nel secondo governo e negli esecutivi di Fanfani, Goria e De Mita.

Esperto degli equilibri di geopolitica, Giulio Andreotti fa della distensione l'asse portante della politica estera italiana, insieme all'appoggio alla strategia atlantica. Ha un ruolo incisivo nelle tensioni medio-orientali, lavora alla composizione del conflitto Iraq-Iran, sostiene i Paesi dell'Est nel loro processo di democratizzazione e l'opera coraggiosa di Mikhail Gorbaciov in URSS, dà il sì italiano all'installazione degli euromissili della NATO. Gli anni '80 si chiudono con il patto di ferro con Craxi e Forlani (CAF, dalle iniziali dei tre): Andreotti sale a Palazzo Chigi e Forlani alla segreteria democristiana.

Nel 1991 Andreotti forma un nuovo esecutivo, l'ultimo perché la DC viene travolta dall'inchiesta di Tangentopoli.

Andreotti non entra nell'indagini, ma a metà degli anni '90 viene processato da due procure: quella di Perugia e quella di Palermo. I magistrati umbri lo accusano di essere il mandante dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, il direttore dell'Op, ucciso il 20 marzo 1979 e che avrebbe ricattato Andreotti, tra l'altro, proprio per le verità del memoriale Moro.

L'11 aprile 1996 comincia il processo: dopo 169 udienze, il 24 settembre 1999 viene pronunciato il verdetto che lo assolve "per non aver commesso il fatto".

Ma un'altra accusa scuote l'imperturbabile Andreotti: quella di essere colluso con la mafia. La notizia fa il giro del mondo e, se provata, darebbe un duro colpo all'immagine dell'Italia: per cinquant'anni la Repubblica sarebbe stata guidata da un politico mafioso. Il 23 marzo del 1993 l'ufficio di Giancarlo Caselli inoltra al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo i magistrati Andreotti avrebbe favorito la mafia nel controllo degli appalti in Sicilia attraverso la mediazione di Salvo Lima. A riprova di ciò la testimonianza di alcuni pentiti fra cui Balduccio Di Maggio, che racconta agli inquirenti di aver visto Andreotti baciare Totò Riina (nel gergo mafioso il gesto significa che fra i due c'è un rapporto di conoscenza e stima reciproca).

Il 13 maggio 1993 il Senato concede l'autorizzazione: il dibattimento comincia il 26 settembre del 1995, i Pm chiedono 15 anni di reclusione. Il processo di primo grado si chiude il 23 ottobre 1999: Giulio Andreotti viene assolto perché "il fatto non sussiste", ma la Procura di Palermo decide comunque di ricorrere in appello.

Risolte le questioni giudiziarie, a oltre ottant'anni, il "Divo Giulio" ritorna in politica. Lascia il PPI e fa il suo rientro sulla scena con un nuovo partito fondato insieme all'ex leader della CISL Sergio D'Antoni e all'ex ministro dell'Università Ortensio Zecchino. Alle elezioni politiche 2001 la nuova formazione si presenta svincolata dai due poli e ottiene solo il 2,4 per cento dei voti non superando la soglia di sbarramento.

Il 30 ottobre 2003 Andreotti è stato assolto dalla Cassazione in via definitiva dall'accusa di essere stato il mandante dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli.

Autore di diversi libri che fotografano la storia recente del nostro paese, Andreotti conserva tutt'oggi una personalità brillante, intelligenza e acume politico frutto delle esperienze che lo vedono perenne protagonista della vita politica italiana.


NAPOLEONE BONAPARTE

Napoleone Buonaparte (cognome successivamente francesizzato in Bonaparte), nasce il 15 agosto 1769 ad Ajaccio, in Corsica, secondogenito di Carlo Buonaparte, avvocato di origini toscane e di Letizia Ramolino, bella e giovane donna che avrà addirittura tredici figli. E' proprio il padre che, contrario all'idea che il figlio intraprendesse la carriera forense, lo spinge ad intraprendere quella militare.

Il 15 maggio 1779, infatti, Napoleone si trasferisce nel collegio militare di Brienne, un luogo nel quale, a spese del re, venivano preparati i figli delle famiglie nobili. Accettato a seguito delle raccomandazioni del conte di Marbeuf, vi rimase cinque anni. Nel settembre del 1784, a quindici anni, viene invece ammesso alla scuola militare di Parigi. Dopo un anno ottiene il grado di sottotenente di artiglieria. Grandi rivolgimenti politici e sociali attendevano l'Europa e il giovane Napoleone era forse bel lungi dal credere che ne sarebbe stato l'artefice principale.

Tutto ha inizio a seguito della Rivoluzione Francese, Al suo sanguinoso scoppio, i realisti còrsi si schierarono a difesa dell'antico regime e lo stesso Napoleone aderisce con entusiasmo alle idee che il nuovo movimento popolare professa. Dopo l'assalto e la presa della Bastiglia, Napoleone cerca di diffondere la febbre rivoluzionaria anche nella sua isola. Si getta nella vita politica del posto e combatte nelle fila di Pascal Paoli (il futuro realizzatore dell'unità morale e politica della Corsica). I suoi meriti sono tali che nel 1791 viene nominato comandante di battaglione nella Guardia Nazionale di Ajaccio. Il 30 novembre 1789 l'Assemblea nazionale proclama la Corsica parte integrante della Francia, ponendo così fine ad un'occupazione militare iniziata nel 1769.

Intanto la Francia versa in una crisi politica senza precedenti. Alla caduta di Robespierre, Napoleone si vede affidare, nel 1796, poco prima del suo matrimonio con Joséphine de Beauharnais, il comando delle truppe per la campagna d'Italia nel corso della quale alla sua stoffa di stratega militare si aggiunge quella del vero Capo di Stato.
Ma vediamo le tappe di questa "escalation". Il 21 gennaio Luigi XVI viene ghigliottinato in Place de la Révolution e Napoleone Bonaparte, promosso capitano di prima classe, partecipa alla repressione dell'insurrezione girondina e federalista delle città di Marsiglia, Lione e Tolone. Nell'assedio di Tolone il giovane capitano, con una intelligente manovra, ottiene la capitolazione della piazzaforte.
Il 2 marzo 1796 viene nominato appunto comandante dell'armata d'Italia e, dopo aver battuto Piemontesi ed Austriaci, impone la pace con il trattato di Campoformio (1797), gettando in questo modo le basi di quello che più tardi diverrà il Regno d'Italia.

Dopo questa notevole prova, si imbarca nella Campagna d'Egitto, apparentemente per colpire gli interessi orientali degli inglesi; in realtà, vi è inviato dal Direttorio francese, che lo considerava troppo pericoloso in patria. Sbarcato ad Alessandria, sconfigge i mamelucchi e la flotta inglese dell'Ammiraglio Oratio Nelson. La situazione in Francia intanto peggiora, disordine e confusione regnano sovrane, senza contare che l'Austria sta raccogliendo numerose vittorie. Deciso a tornare, affida il comando delle sue truppe al generale Kleber e si imbarca per la Francia, contravvenendo agli ordini di Parigi. Il 9 ottobre 1799 sbarca a S. Raphael e fra il 9 e il 10 novembre (il cosiddetto 18 Brumaio del calendario rivoluzionario), con un colpo di stato abbatte il Direttorio, prendendo in questo modo il potere quasi assoluto. Il 24 dicembre vara l'istituzione del Consolato, di cui si nomina Primo Console.

Capo dello Stato e delle Armate, Napoleone, dotato di una capacità di lavoro, d'una intelligenza, e d'una immaginazione creativa straordinaria, riforma in tempo record l'amministrazione e la giustizia. Ancora una volta vittorioso contro la coalizione austriaca, impone la pace agli Inglesi e firma nel 1801 il Concordato con Pio VII che mette la Chiesa francese al servizio del Regime. Poi, dopo aver scoperto e sventato un complotto monarchico, si fa proclamare nel 1804 Imperatore dei Francesi sotto il Nome di Napoleone 1° e, l'anno dopo, anche Re d'Italia.

Si crea così intorno a lui una vera e propria " monarchia " con Corti e Nobiltà d'Impero mentre il regime stabilito prosegue, sotto il suo impulso, riforme e modernizzazione : insegnamento, urbanismo, economia, arte, creazione del cosiddetto "Codice napoleonico", che fornisce una base giuridica alla società uscente dalla Rivoluzione. Ma l'Imperatore è presto preso da altre guerre.
Fallito un attacco all'Inghilterra nella famosa battaglia di Trafalgar, porta a buon fine una serie di campagne contro gli Austro-Russi (Austerlitz, 1805), i Prussiani (Iéna, 1806 ) ed edifica il suo grande Impero dopo il trattato di Tilsit nel 1807.

L'Inghilterra, comunque, rimane sempre la sua spina nel fianco, l'uno vero grande ostacolo alla sua egemonia europea. In risposta al blocco marittimo applicato da Londra, Napoleone mette in atto, tra il 1806 ed il 1808, il blocco continentale al fine di isolare quella grande potenza. Il blocco dinamizza l'industria e l'agricoltura francese ma infastidisce l'economia europea ed obbliga l'Imperatore a sviluppare una politica espansionistica che, dagli Stati Pontifici al Portogallo ed alla Spagna passando dal controllo d'una nuova coalizione dell'Austria (Wagram 1809), lascia le sue armate sfinite.

Nel 1810, preoccupato di lasciare una discendenza, Napoleone sposa Marie Louise d'Austria che gli dà un figlio, Napoleone II.

Nel 1812, intuendo l'ostilità dalla parte dello Zar Alessandro 1°, la grande Armata di Napoleone invade la Russia.

Questa sanguinante e disastrosa campagna, totalmente fallimentare per le forze napoleoniche che vennero brutalmente ricacciate indietro a seguito oltretutto di migliaia di perdite, farà suonare il risveglio dell'Europa Orientale e vedrà Parigi invasa dalle truppe nemiche il 4 marzo 1814. Qualche giorno più tardi, Napoleone sarà obbligato ad abdicare in favore di suo figlio poi, il 6 aprile 1814, a rinunciare alla totalità dei suoi poteri.

Spodestato dal trono e solo, è costretto all'esilio. Dal maggio 1814 al marzo 1815, durante il suo soggiorno forzato all'Isola d'Elba, fantasmatico sovrano dell'isola su cui ripristinerà una pallida imitazione della sua passata corte, Napoleone vedrà Austiaci, Prussiani, Inglesi e Russi dividersi, nel corso del Congresso di Vienna, ciò che fu il suo Grande Impero.

Sfuggendo alla sorveglianza Inglese, Napoleone riuscì però a rientrare in Francia nel Marzo 1815 dove, sostenuto dai Liberali, conoscerà un secondo ma breve Regno conosciuto sotto il nome di "Regno dei Cento Giorni". La nuova e riconquistata gloria non durerà a lungo: presto le illusioni di ripresa verranno cancellate dal disastro seguito alla battaglia di Waterloo, ancora una volta contro gli inglesi. La storia si ripete, dunque, e Napoleone deve nuovamente abdicare al suo ripristinato ruolo di Imperatore il 22 Giugno1815.

Ormai in mano agli inglesi, questi gli assegnano coma prigione la lontana isola di Sant'Elena, dove prima di spegnersi il 5 maggio 1821, evocherà spesso con nostalgia la sua isola natale, la Corsica. Il suo rammarico, confidato alle poche persone rimastigli vicine, era quello di aver trascurato la sua terra, troppo occupato in guerre ed imprese.

Il 5 maggio 1821, quello che è stato indubbiamente il più grande generale e condottiero dopo Cesare, si spegne solo e abbandonato a Longwood, sull'isola di Sant'Elena, sotto la sorveglianza degli inglesi.


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